«Bandiera a bruno per la Diletta Mauro»: il nuovo romanzo di Gianfranco Vanagolli nella lettura di Riccardo Caldara
Data 2 Ottobre 2019 | 0 Commenti

A Bandiera a bruno per la Diletta Mauro, giallo e noir coi caratteri della narrativa di mare, presentato alla XXXII edizione del Salone del Libro di Torino e alla X edizione di Una Marina di Libri di Palermo, ha dedicato una sentita recensione il noto critico Riccardo Caldara, che riceviamo e pubblichiamo volentieri nelle sue linee essenziali.

Gianfranco Vanagolli si sposta con il suo secondo romanzo dall’epoca napoleonica e dall’Isola d’Elba, che erano gli sfondi della sua prima prova, Il Tesoro del Carmine (2016), al periodo coloniale italiano e a un mercantile che fa la spola tra i porti nazionali e l’Africa Orientale.

            Tutta la vicenda si svolge a bordo del cargo Diletta Mauro. Salpato da Genova il 3 gennaio 1936, esso muove verso Port Said e poi, lungo il Mar Rosso, fa tappa a Massaua e ha come meta finale Mogadiscio. Trasporta pezzi di ricambio destinati all’esercito impegnato nella guerra d’Abissinia. A Genova ha lasciato a terra un marinaio, Gaetano Esposito, morto con la testa rotta e un’indagine della questura chiusa molto rapidamente. L’Esposito era conosciuto come un mariuolo che si metteva in tasca soldi con traffici illeciti.

            Vanagolli distingue la popolazione della nave in due ambiti, quello di chi opera e trascorre il tempo in coperta, compresi alcuni ospiti, e quello di chi sta sottocoperta, tra le macchine, l’olio e il carbone, macchinisti e addetti alle caldaie: “Vita da carbonai e da fuochisti, poveri cristi, fazzoletti luridi attorcigliati intorno al collo, la loro misera divisa, con una canottiera sbrindellata…”. Una visione che collima con quella di una nota canzone di Francesco De Gregori: “Quando mi mettono a faticare / per pochi dollari nelle caldaie / sotto il livello del mare / in questa nera nave che mi dicono / che non può affondare” (L’abbigliamento di un fuochista, dall’album Titanic – 1982).

Vita grama, dunque, anche per gli ufficiali, condannati a una successione invariabile e faticosa di guardie. A uno di questi, il capo macchinista Gualberto Walz da Celle Ligure, la fine dell’Esposito non è andata giù e inizia a tenere gli occhi aperti. A lui si affianca un giovane corrispondente di guerra del “Secolo XIX”, il quotidiano di Genova, diretto al fronte, curioso come sempre deve essere un buon giornalista.

            La nave diventa quindi un palcoscenico, come scrive Walz nella sua corrispondenza alla moglie: “…sul quale ogni giorno si recita a soggetto: la festa dell’imprevisto”. E i personaggi sono molti, marinai e non, compresa una duchessa con un’alta carica nella Croce Rossa Italiana, imbarcata a Massaua. Presto al primo si aggiunge un secondo morto, non di morte naturale, come il comandante vorrebbe far credere.

            Ma c’è un’altra canzone di De Gregori, portata al successo da Lucio Dalla nel 1979, che mi è balenata leggendo il romanzo: “Ma come fanno i marinai / a baciarsi tra di loro / e a rimanere veri uomini, però”. Senza esagerare, siamo dalle parti di Jean Genet e del suo celebre romanzo Querelle de Brest (1947) o, se vogliamo, del leggendario film da esso tratto di Rainer Werner Fassbinder (1982). Là la Bretagna con i suoi porti e le sue nebbie, qui l’Africa, ma gli ingredienti si richiamano: mare, marinai, porti, traffici loschi, bordelli, tradimenti, sordidi amori, sbronze, risse, desideri inconfessabili e anche la fratellanza e l’amicizia che solo una lunga permanenza per mare riesce talvolta a saldare.

            Non svelo l’intreccio, ma è evidente che siamo di fronte a un’autentica “storiaccia” di mare, come rileva l’abstract editoriale.

Sintetizza bene Walz, in una delle sue insostituibili lettere, il rapporto speciale che d’altronde hanno i marinai col senso d’infinito che può regalare un cielo stellato: “Nessuno sa, meglio di chi naviga, cosa sia la condanna del limite e del desiderio di superarlo e come si senta acuta, quando ne appare il primo sentore!”.

            Vanagolli maneggia da professionista (già avviato alla carriera del mare, ha scelto in un secondo momento gli studi umanistici e l’insegnamento) tutta la terminologia di bordo e la storia che l’accompagna.

Riccardo Caldara

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