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    Nei Paesi Bassi l’opera poetica di M. Vasalis ha conosciuto a suo tempo, e tuttora conosce, una popolarità senza precedenti. Un’opera letta e riletta da molti, imparata a memoria, decantata, dalla lingua e dalla forma apparentemente semplici; una poesia diretta, libera da costrizioni stilistiche, audace, che coinvolge profondamente lo sguardo, tenta di decodificare l’assurda grammatica delle emozioni e dei sentimenti e penetra prepotentemente nella psiche. Un’opera a lungo inedita in Italia, e ora presentata qui nella sua totalità cronologica, con la curatela e l’ottima traduzione di Patrizia Filia.

    Traduzione di Patrizia Filia

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    Visioni e volti di: M. Vasalis  18,00

    Nei Paesi Bassi l’opera poetica di M. Vasalis ha conosciuto a suo tempo, e tuttora conosce, una popolarità senza precedenti. Un’opera letta e riletta da molti, imparata a memoria, decantata, dalla lingua e dalla forma apparentemente semplici; una poesia diretta, libera da costrizioni stilistiche, audace, che coinvolge profondamente lo sguardo, tenta di decodificare l’assurda grammatica delle emozioni e dei sentimenti e penetra prepotentemente nella psiche. Un’opera a lungo inedita in Italia, e ora presentata qui nella sua totalità cronologica, con la curatela e l’ottima traduzione di Patrizia Filia.

    Traduzione di Patrizia Filia

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    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    Vivere a orecchio di: Andrés Neuman  12,00

    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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