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    Il T.S.O. è una procedura di isolamento forzato necessaria per tutelare la sicurezza pubblica dagli sbandati. I piantagrane cui è rivolta sono figli di padri padroni che tanti anni fa si sono innamorati di una stronza, e così sono finiti a lavorare in un negozio di musica neomelodica; perciò quando la sera piove e camminano sui marciapiedi, le auto, invece di rallentare, spingono sull’acceleratore in prossimità delle pozzanghere. Se vogliono combinare qualcosa nella vita possono sfasciarsi di alcol o farsi sparare dalla camorra. Altrimenti c’è il T.S.O.: buttati fuori da casa loro, stretti all’angolo, la notte si riparano dal freddo avvolgendosi nelle pagine del romanzo che stanno scrivendo, sperando che nessuno gli dia fuoco prima che sia finito.

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    T.S.O. di: Roberto Addeo  16,00

    Il T.S.O. è una procedura di isolamento forzato necessaria per tutelare la sicurezza pubblica dagli sbandati. I piantagrane cui è rivolta sono figli di padri padroni che tanti anni fa si sono innamorati di una stronza, e così sono finiti a lavorare in un negozio di musica neomelodica; perciò quando la sera piove e camminano sui marciapiedi, le auto, invece di rallentare, spingono sull’acceleratore in prossimità delle pozzanghere. Se vogliono combinare qualcosa nella vita possono sfasciarsi di alcol o farsi sparare dalla camorra. Altrimenti c’è il T.S.O.: buttati fuori da casa loro, stretti all’angolo, la notte si riparano dal freddo avvolgendosi nelle pagine del romanzo che stanno scrivendo, sperando che nessuno gli dia fuoco prima che sia finito.

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    Inserito nella raccolta Mirgorod, il racconto Taras Bul’ba viene pubblicato per la prima volta nel 1835. Ambientato nell’Ucraina del secolo XVII assediata dai polacchi e devastata dalle scorribande di tartari e cosacchi, il racconto narra le vicende di Taras Bul’ba, valoroso condottiero di una comunità cosacca. Accanito difensore della causa cosacca, che mira a liberare la patria dagli oppressori polacchi, si aspetta lo stesso ardore dai suoi figli Ostap e Andrii, di ritorno dall’Accademia di Kiev e in procinto di entrare a far parte della Siec, confraternita polacca di stampo militare dove bisogna distinguersi per forza e abilità nell’utilizzo delle armi. Con al fianco i due figli, di indole profonda- mente diversa l’uno dall’altro, Bul’ba si appresta a compiere coraggiose imprese insieme alla comunità cosacca, dando il via a una storia tragica e cruenta, alternata a passaggi ilari e leggeri, che ricostruisce perfetta- mente il folklore e le atmosfere di quel periodo storico.

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    Taras Bul’ba di: Nikolaj Vasil’evič Gogol’  12,00  10,00

    Inserito nella raccolta Mirgorod, il racconto Taras Bul’ba viene pubblicato per la prima volta nel 1835. Ambientato nell’Ucraina del secolo XVII assediata dai polacchi e devastata dalle scorribande di tartari e cosacchi, il racconto narra le vicende di Taras Bul’ba, valoroso condottiero di una comunità cosacca. Accanito difensore della causa cosacca, che mira a liberare la patria dagli oppressori polacchi, si aspetta lo stesso ardore dai suoi figli Ostap e Andrii, di ritorno dall’Accademia di Kiev e in procinto di entrare a far parte della Siec, confraternita polacca di stampo militare dove bisogna distinguersi per forza e abilità nell’utilizzo delle armi. Con al fianco i due figli, di indole profonda- mente diversa l’uno dall’altro, Bul’ba si appresta a compiere coraggiose imprese insieme alla comunità cosacca, dando il via a una storia tragica e cruenta, alternata a passaggi ilari e leggeri, che ricostruisce perfetta- mente il folklore e le atmosfere di quel periodo storico.

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    Il nuovo libro di Otello Marcacci

    I tempi supplementari sono tempi di grazia, nel calcio come nella vita. Quando la superiorità dell’avversario è schiacciante si cerca di coprire la porta fino al fischio finale, e, nel frattempo, si spera: si spera di limitare la sconfitta facendo almeno un goal, si spera che un pallone cada in avanti, quanto basta da far partire l’improbabile contropiede di un mediano; si spera di resistere fino alla fine. E allora si va ai supplementari. Giacomo e i suoi amici vanno tutte le estati al mare in colonia, con le suore, nella pineta di Marina di Grosseto. Quando raccolgono la sfida dei ragazzi di un’altra colonia, inizierà una partita di calcio che durerà per cinquant’anni.

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    Valutato 5.00 su 5
    Tempi supplementari di: Otello Marcacci  16,00

    Il nuovo libro di Otello Marcacci

    I tempi supplementari sono tempi di grazia, nel calcio come nella vita. Quando la superiorità dell’avversario è schiacciante si cerca di coprire la porta fino al fischio finale, e, nel frattempo, si spera: si spera di limitare la sconfitta facendo almeno un goal, si spera che un pallone cada in avanti, quanto basta da far partire l’improbabile contropiede di un mediano; si spera di resistere fino alla fine. E allora si va ai supplementari. Giacomo e i suoi amici vanno tutte le estati al mare in colonia, con le suore, nella pineta di Marina di Grosseto. Quando raccolgono la sfida dei ragazzi di un’altra colonia, inizierà una partita di calcio che durerà per cinquant’anni.

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    I Tipi di Ensemble sono palombari. Dal mare profondo riportano a galla le storie che sono affondate, ritrovano le parole che si sono perdute. In questo Anno Domini 2020, in cui tutte le vecchie storie sembrano finite sott’acqua, i Tipi Ensemble – animali da lockdown dentro duri scafandri – le ritrascinano a riva, lasciando, in questa Antologia, la loro impronta sull’acqua.

    Nell’antologia sono presenti testi di:

    Giuseppe Truini
    Patrizio Nissirio
    Carmine Sorrentino
    Bruno Del Greco
    Valeria Masciantonio
    Baret Magarian
    Riccardo de Torrebruna
    Gloria Bolognini
    Andrea Mauri
    Valerio Cruciani
    Sylvie Freddi
    Marilena Votta
    Laura Tullio
    Roberto Addeo
    Isabella Corrado
    Michele Manna
    Gianfranco Vanagolli
    Antonio Arévalo
    Patrizia Filia
    Ewa Chruściel
    Federico Leoni
    Andrea Viviani

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    Tipi di Ensemble di: AA. VV.  15,00

    I Tipi di Ensemble sono palombari. Dal mare profondo riportano a galla le storie che sono affondate, ritrovano le parole che si sono perdute. In questo Anno Domini 2020, in cui tutte le vecchie storie sembrano finite sott’acqua, i Tipi Ensemble – animali da lockdown dentro duri scafandri – le ritrascinano a riva, lasciando, in questa Antologia, la loro impronta sull’acqua.

    Nell’antologia sono presenti testi di:

    Giuseppe Truini
    Patrizio Nissirio
    Carmine Sorrentino
    Bruno Del Greco
    Valeria Masciantonio
    Baret Magarian
    Riccardo de Torrebruna
    Gloria Bolognini
    Andrea Mauri
    Valerio Cruciani
    Sylvie Freddi
    Marilena Votta
    Laura Tullio
    Roberto Addeo
    Isabella Corrado
    Michele Manna
    Gianfranco Vanagolli
    Antonio Arévalo
    Patrizia Filia
    Ewa Chruściel
    Federico Leoni
    Andrea Viviani

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    Questo volume percorre le tappe fondamentali della vita dell’anarchica abruzzese, sedici scritti nei quali all’interno del suo percorso di vita entrano i personaggi dell’epoca che più hanno contribuito a plasmare la sua identità rivoluzionaria: da GaetanoBresci (Bresci nei miei ricordi), sul quale sarà necessario soffermarsi più appresso perché fondamentale per la sua presa di coscienza, a Pietro Gori, per proseguire tra gli altri con Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Gino Lucetti, Anteo Zamboni e Michele Schirru. «Nelle ore anelanti ed incerte della ripresa; / Nelle ore solenni della lotta; / Nelle ore rischiose della vittoria; / Fra le incognite del domani; /Fra le torturanti voci del dolore; / Quante volte noi ci diremo, con lo sguardo / carico di memorie: / Oh, se essi fossero qui!» scrive nella prefazione la d’Andrea, come a voler ribadire l’importanza dei martiri anarchici nella lotta quotidiana. Sono loro leTorce nella notte, sono loro ad illuminare l’impervio percorso verso la vittoria.

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    Torce nella notte di: Virgilia d’Andrea  12,00

    Questo volume percorre le tappe fondamentali della vita dell’anarchica abruzzese, sedici scritti nei quali all’interno del suo percorso di vita entrano i personaggi dell’epoca che più hanno contribuito a plasmare la sua identità rivoluzionaria: da GaetanoBresci (Bresci nei miei ricordi), sul quale sarà necessario soffermarsi più appresso perché fondamentale per la sua presa di coscienza, a Pietro Gori, per proseguire tra gli altri con Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Gino Lucetti, Anteo Zamboni e Michele Schirru. «Nelle ore anelanti ed incerte della ripresa; / Nelle ore solenni della lotta; / Nelle ore rischiose della vittoria; / Fra le incognite del domani; /Fra le torturanti voci del dolore; / Quante volte noi ci diremo, con lo sguardo / carico di memorie: / Oh, se essi fossero qui!» scrive nella prefazione la d’Andrea, come a voler ribadire l’importanza dei martiri anarchici nella lotta quotidiana. Sono loro leTorce nella notte, sono loro ad illuminare l’impervio percorso verso la vittoria.

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    «La d’Andrea non lascia solamente un testamento filosofico, poetico, giornalistico, ma essenzialmente spirituale, la sua esistenza tramanda un pensiero tramutatosi in parola scritta, in versi o in prosa, pronunciata in fabbriche e piazze. Una parola che si trasforma in azione mai animata dall’odio, piuttosto spinta dalla ferma volontà di liberare l’essere umano, qualunque essere umano, dall’abuso, dalla protervia, dal giogo, insomma dal Potere. La parola come mezzo per raggiunge i cuori e le menti, una lirica che predilige una forma soave nonostante lo scopo, una lingua che salda assieme i verbi dell’agire e del pensare, senza disperdere lo scopo primario, senza mai abbandonare la delicatezza d’animo che la contraddistingue».

    Dario Pontuale

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    Tormento di: Virgilia d’Andrea  10,00

    «La d’Andrea non lascia solamente un testamento filosofico, poetico, giornalistico, ma essenzialmente spirituale, la sua esistenza tramanda un pensiero tramutatosi in parola scritta, in versi o in prosa, pronunciata in fabbriche e piazze. Una parola che si trasforma in azione mai animata dall’odio, piuttosto spinta dalla ferma volontà di liberare l’essere umano, qualunque essere umano, dall’abuso, dalla protervia, dal giogo, insomma dal Potere. La parola come mezzo per raggiunge i cuori e le menti, una lirica che predilige una forma soave nonostante lo scopo, una lingua che salda assieme i verbi dell’agire e del pensare, senza disperdere lo scopo primario, senza mai abbandonare la delicatezza d’animo che la contraddistingue».

    Dario Pontuale

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    Nei Paesi Bassi l’opera poetica di M. Vasalis ha conosciuto a suo tempo, e tuttora conosce, una popolarità senza precedenti. Un’opera letta e riletta da molti, imparata a memoria, decantata, dalla lingua e dalla forma apparentemente semplici; una poesia diretta, libera da costrizioni stilistiche, audace, che coinvolge profondamente lo sguardo, tenta di decodificare l’assurda grammatica delle emozioni e dei sentimenti e penetra prepotentemente nella psiche. Un’opera a lungo inedita in Italia, e ora presentata qui nella sua totalità cronologica, con la curatela e l’ottima traduzione di Patrizia Filia.

    Traduzione di Patrizia Filia

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    Valutato 5.00 su 5
    Visioni e volti di: M. Vasalis, Patrizia Filia,  18,00

    Nei Paesi Bassi l’opera poetica di M. Vasalis ha conosciuto a suo tempo, e tuttora conosce, una popolarità senza precedenti. Un’opera letta e riletta da molti, imparata a memoria, decantata, dalla lingua e dalla forma apparentemente semplici; una poesia diretta, libera da costrizioni stilistiche, audace, che coinvolge profondamente lo sguardo, tenta di decodificare l’assurda grammatica delle emozioni e dei sentimenti e penetra prepotentemente nella psiche. Un’opera a lungo inedita in Italia, e ora presentata qui nella sua totalità cronologica, con la curatela e l’ottima traduzione di Patrizia Filia.

    Traduzione di Patrizia Filia

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    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    Vivere a orecchio di: Andrés Neuman  12,00

    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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