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    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    Vivere a orecchio di: Andrés Neuman  12,00

    In lingua italiana ci sono due espressioni simili e insieme diverse, ma entrambe orientate verso una medesima sfera di significato: “a occhio “ e “a orecchio”. Sono due modi di dire consolidati che, ciascuno a partire dal proprio orizzonte sensoriale, declinano una sorta di “sinestesia” concettuale e fraseologica che allude senza mezzi termini a un orizzonte di precarietà, di soggettività percettiva, di improvvisazione perfino. Si fa qualcosa “a occhio” – per esempio, misurare una distanza o mettere il sale sull’insalata – per indicare l’estrema relatività dell’operazione, un’esperienza condotta in modo estemporaneo, senza alcuna preparazione specifica, senza una qualsiasi istruzione, meno che mai un magistero ad hoc ascoltato e mandato a memoria; tutt’al più un sapere puramente derivato, “orecchiato” appunto, il che ci schiude il territorio altrettanto pericolante della seconda espressione. Sì, perché “a orecchio” si canta e si suona, si allestiscono e ricalcano melodie già sentite, si eseguono spartiti

    complessi senza saper leggere la musica, affidandosi all’istinto e, quando va bene, all’intuito, alla predisposizione naturale. Diciamo, insomma, che “a occhio” e “a orecchio” ci si barcamena, ci si arrabatta negli uffici del quotidiano, nel tempo libero e spesso anche nel mestiere; e a volte anche nel più scabroso dei mestieri, quello di vivere, come ci insegna Pavese. È intorno a questa sghemba modalità dell’esistere, a un sostanziale scacco conoscitivo e a un procedere caracollante sui sentieri della (auto)biografia che ruota questa raccolta poetica di Andrés Neuman, intitolata propriamente Vivir de oído: Vivere a orecchio.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    La nuova raccolta poetica di Marco Corsi.

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    Voci senza voce di: Marco Corsi  12,00

    La nuova raccolta poetica di Marco Corsi.

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    Justin e Leonia si incontrano durante un volo Londra-Pisa con sosta imprevista all’aeroporto di Parigi. Lui è reduce da una delusione sentimentale, lei è vedova da molti anni. È l’inizio di un’amicizia che prosegue in Valdera, a metà strada fra Pisa e Volterra, dove Leonia gestisce una struttura ricettiva per turisti che si prepara a ospitare un convegno sul Cinema a cui parteciperà anche Justin in qualità di produttore cinematografico. Intorno alla loro storia ruota un caleidoscopio scoppiettante di amici e parenti. Non man- cheranno misteri, personaggi furtivi, vecchie pellicole perse e ritrovate, amori che nascono, altri che finiscono, il tutto all’ombra dell’Attimo Fuggente, edificio cinquecentesco quale ideale palcoscenico di un arcadico paesaggio dove il tempo scorre al rallentatore e le emozioni hanno così il tempo di decantare.

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    Volare di: Daniela Pasqualetti  13,00

    Justin e Leonia si incontrano durante un volo Londra-Pisa con sosta imprevista all’aeroporto di Parigi. Lui è reduce da una delusione sentimentale, lei è vedova da molti anni. È l’inizio di un’amicizia che prosegue in Valdera, a metà strada fra Pisa e Volterra, dove Leonia gestisce una struttura ricettiva per turisti che si prepara a ospitare un convegno sul Cinema a cui parteciperà anche Justin in qualità di produttore cinematografico. Intorno alla loro storia ruota un caleidoscopio scoppiettante di amici e parenti. Non man- cheranno misteri, personaggi furtivi, vecchie pellicole perse e ritrovate, amori che nascono, altri che finiscono, il tutto all’ombra dell’Attimo Fuggente, edificio cinquecentesco quale ideale palcoscenico di un arcadico paesaggio dove il tempo scorre al rallentatore e le emozioni hanno così il tempo di decantare.

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    Ziq è sulla spiaggia. È questa l’unica certezza consegnata al lettore. Non sappiamo nulla di Ziq, una voce in terza persona evoca l’immagine di un bambino che cammina portando ombrelli da pioggia da vendere sotto il sole. Ziq viene osservato, i suoi pensieri raccolti in uno spazio intimo e al contempo concreto, segnato da incontri speciali durante i quali Ziq svela qualcosa del proprio passato, schegge di una vita trascorsa ad Hama, in Siria, la città delle norie, le grandi ruote idrauliche. Un padre speciale, una famiglia, poi la guerra, un viaggio in treno. Ziq è sulla spiaggia è un romanzo breve che risuona con il riverbero di un’eco sulla capacità straordinaria dell’immaginare, del trasformare le cose più comuni, per trovare con esse un modo nuovo d’affrontare la vita.

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    Ziq è sulla spiaggia di: Lina Maria Ugolini  12,00

    Ziq è sulla spiaggia. È questa l’unica certezza consegnata al lettore. Non sappiamo nulla di Ziq, una voce in terza persona evoca l’immagine di un bambino che cammina portando ombrelli da pioggia da vendere sotto il sole. Ziq viene osservato, i suoi pensieri raccolti in uno spazio intimo e al contempo concreto, segnato da incontri speciali durante i quali Ziq svela qualcosa del proprio passato, schegge di una vita trascorsa ad Hama, in Siria, la città delle norie, le grandi ruote idrauliche. Un padre speciale, una famiglia, poi la guerra, un viaggio in treno. Ziq è sulla spiaggia è un romanzo breve che risuona con il riverbero di un’eco sulla capacità straordinaria dell’immaginare, del trasformare le cose più comuni, per trovare con esse un modo nuovo d’affrontare la vita.

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