Collane (72)

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    La nuova raccolta poetica di Veronica Chiossi.

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    Candeggina di: Veronica Chiossi  12,00

    La nuova raccolta poetica di Veronica Chiossi.

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    Era Elena.
    Si dipingeva le labbra
    di un carminio rosso sangue
    e annodavano un rosario di spine
    contro i teneri germogli
    fra i seni.

    Traduzione di Pietro Cerrato e Daniele Cerrato.

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    Carminio Rosso Sangue di: Marìa Rosal  14,00

    Era Elena.
    Si dipingeva le labbra
    di un carminio rosso sangue
    e annodavano un rosario di spine
    contro i teneri germogli
    fra i seni.

    Traduzione di Pietro Cerrato e Daniele Cerrato.

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    La prima raccolta poetica di Antonio Scialpi.

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    Valutato 5.00 su 5
    Carne incognita di: Antonio Scialpi  12,00

    La prima raccolta poetica di Antonio Scialpi.

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    La poesia di Lorenzo Mele è semplice e complessa assieme. Semplice nel linguaggio, come la poesia di Franco Arminio, ma variegata nei piani di lettura, soprattutto – ribadiamo – sul versante biografico ed esistenziale. La sua è una “memoria tattile”, fa riferimento ai sensi come scatole cinesi dove tutto è possibile, tutto è ritrovabile. La memoria è la casta sorella dell’oblio, ed è impossibile rinnegare il suo accento vibrante sulle nostre ore. “Cenere e spavento”: Lorenzo Mele si serve dell’ossimoro per raccontare il flusso delle sue memorie; ci tiene all’azione taumaturgica delle stesse, ma allo stesso tempo sa che il passato può tirare i remi in barca, lasciarci immobili in una palude perniciosa. Mele si salva con la poesia, e rimedia di ciò che la vita gli ha tolto fermando in istantanee, in “gergo di fotografia” quel che la vita gli ha tolto e, per converso, gli ha regalato.

    Dalla prefazione di Fabrizio Cavallaro

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    Casa mia non ha le ringhiere di: Lorenzo Mele  12,00

    La poesia di Lorenzo Mele è semplice e complessa assieme. Semplice nel linguaggio, come la poesia di Franco Arminio, ma variegata nei piani di lettura, soprattutto – ribadiamo – sul versante biografico ed esistenziale. La sua è una “memoria tattile”, fa riferimento ai sensi come scatole cinesi dove tutto è possibile, tutto è ritrovabile. La memoria è la casta sorella dell’oblio, ed è impossibile rinnegare il suo accento vibrante sulle nostre ore. “Cenere e spavento”: Lorenzo Mele si serve dell’ossimoro per raccontare il flusso delle sue memorie; ci tiene all’azione taumaturgica delle stesse, ma allo stesso tempo sa che il passato può tirare i remi in barca, lasciarci immobili in una palude perniciosa. Mele si salva con la poesia, e rimedia di ciò che la vita gli ha tolto fermando in istantanee, in “gergo di fotografia” quel che la vita gli ha tolto e, per converso, gli ha regalato.

    Dalla prefazione di Fabrizio Cavallaro

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    La raccolta poetica di Donato Placido e Antonio G. D’Errico.

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    Catene di: Antonio G. D’Errico, Donato Placido,  13,00

    La raccolta poetica di Donato Placido e Antonio G. D’Errico.

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    La parola è profetica, la parola rivela. Ogni volta che la pronunciamo ci rivela qualcosa, ci rimanda ad altro, che è il suo senso, quindi con qualcosa di più di se stessa: la sua origine, il suo potere. Qui la parola è usata in forma di rivelazione, diventa dramma, nello specifico: dramma della Salvezza. A partire dall’esperienza di Samuel Beckett, di Thomas Bernhard, di Giovanni Testori, insomma dei grandi equilibristi e rinnovatori del Novecento letterario e teatrale, e soprattutto nella consapevolezza di non poter non prescindere da loro, si tenta l’impossibile: mostrarla in tutte le sue forme.

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    Chain Art di: Vincenzo Gambardella  10,00

    La parola è profetica, la parola rivela. Ogni volta che la pronunciamo ci rivela qualcosa, ci rimanda ad altro, che è il suo senso, quindi con qualcosa di più di se stessa: la sua origine, il suo potere. Qui la parola è usata in forma di rivelazione, diventa dramma, nello specifico: dramma della Salvezza. A partire dall’esperienza di Samuel Beckett, di Thomas Bernhard, di Giovanni Testori, insomma dei grandi equilibristi e rinnovatori del Novecento letterario e teatrale, e soprattutto nella consapevolezza di non poter non prescindere da loro, si tenta l’impossibile: mostrarla in tutte le sue forme.

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    Osare v. tr. [lat. volg. ausare, der. di ausus, part. pass. di audere «osare»] (io òso, ecc.). – Avere il coraggio di fare cosa che sia per sé temeraria, rischiosa, imprudente o per qualsiasi motivo ardita. Così il vocabolario (Treccani.it) definisce l’azione di Simona Bonanni, studentessa dell’Università degli studi dell’Aquila. Durante le lezioni di Linguistica Italiana, il prof. Andrea Viviani aveva sollecitato i suoi allievi a osare all’esame; osare linguisticamente e caratterialmente, precisava il prof, perché per imparare occorre una personalità plastica, ricettiva, creativa fino all’ardimento. E Simona ha osato. È il 13 giugno 2019, la data dell’appello di Linguistica Italiana. Simona si presenta con una lettera al professore: un breve testo, intelligente e gustoso, accurato e divertente, sui tecnicismi e i tranelli della lingua italiana; trasposto in questo libricino, ne viene fuori un dialogo che è un continuo chiosarsi addosso tra docente e discente, sorta di recupero, in forma di apparato critico a piè di pagina, della forma letteraria del dialogo platonico, da sempre alla base di ogni sana relazione pedagogica. Un modello da riproporre agli studenti universitari di oggi (un brutto grattacapo, forse, per lo studente che ha dovuto sostenere l’esame subito dopo Simona…).

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    Chiosa all’esame? di: Andrea Viviani, Simona Bonanni,  9,00

    Osare v. tr. [lat. volg. ausare, der. di ausus, part. pass. di audere «osare»] (io òso, ecc.). – Avere il coraggio di fare cosa che sia per sé temeraria, rischiosa, imprudente o per qualsiasi motivo ardita. Così il vocabolario (Treccani.it) definisce l’azione di Simona Bonanni, studentessa dell’Università degli studi dell’Aquila. Durante le lezioni di Linguistica Italiana, il prof. Andrea Viviani aveva sollecitato i suoi allievi a osare all’esame; osare linguisticamente e caratterialmente, precisava il prof, perché per imparare occorre una personalità plastica, ricettiva, creativa fino all’ardimento. E Simona ha osato. È il 13 giugno 2019, la data dell’appello di Linguistica Italiana. Simona si presenta con una lettera al professore: un breve testo, intelligente e gustoso, accurato e divertente, sui tecnicismi e i tranelli della lingua italiana; trasposto in questo libricino, ne viene fuori un dialogo che è un continuo chiosarsi addosso tra docente e discente, sorta di recupero, in forma di apparato critico a piè di pagina, della forma letteraria del dialogo platonico, da sempre alla base di ogni sana relazione pedagogica. Un modello da riproporre agli studenti universitari di oggi (un brutto grattacapo, forse, per lo studente che ha dovuto sostenere l’esame subito dopo Simona…).

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    Ci bombardano con tanto di tutto, il tanto è una droga, dovrebbero nascere delle associazioni del tipo, tantisti anonimi, che aiutano chi ormai non può più fare a meno del tanto punto

    Un conato di vomito. E un altro. E ancora no a non poterli più contare. Claudio sta andando a scuola, è in macchina con suo fratello quando è colto da un violento attacco di nausea. All’ospedale tutto gira. Lui non riesce a stare seduto sulla sedia, ma una cosa la mette a fuoco, o almeno così crede: una ragazza gli sta accanto, anche lei in attesa. Claudio la sente parlare, ma è un istante, poi di nuovo materia gastrica. Non le ha chiesto come si chiama, tenta di sognarla, di indovinare i suoi lineamenti in un tempo che, nonostante le cure della famiglia, sembra non passare mai. Ma non è così, quando si esce, c’è un’unica cosa da fare: tornare a calpestare di notte i sanpietrini dei vicoli di Roma, che di notte sono poesia, alla ricerca di una ragazza senza nome, quasi senza volto, con un filo di voce.

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    Ci sentiamo verso sera di: Alessandro Narduzzi  15,00

    Ci bombardano con tanto di tutto, il tanto è una droga, dovrebbero nascere delle associazioni del tipo, tantisti anonimi, che aiutano chi ormai non può più fare a meno del tanto punto

    Un conato di vomito. E un altro. E ancora no a non poterli più contare. Claudio sta andando a scuola, è in macchina con suo fratello quando è colto da un violento attacco di nausea. All’ospedale tutto gira. Lui non riesce a stare seduto sulla sedia, ma una cosa la mette a fuoco, o almeno così crede: una ragazza gli sta accanto, anche lei in attesa. Claudio la sente parlare, ma è un istante, poi di nuovo materia gastrica. Non le ha chiesto come si chiama, tenta di sognarla, di indovinare i suoi lineamenti in un tempo che, nonostante le cure della famiglia, sembra non passare mai. Ma non è così, quando si esce, c’è un’unica cosa da fare: tornare a calpestare di notte i sanpietrini dei vicoli di Roma, che di notte sono poesia, alla ricerca di una ragazza senza nome, quasi senza volto, con un filo di voce.

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    Le opere d’arte improbabili e incomprese di un tale di nome Marsilio Ciliegro sopravvivono nella sua Casa, custodita e adibita a museo da Rauno, il direttore, e da Saresvat e Lampezia, i due custodi. Desolati per la totale assenza di visitatori, i tre inventano iniziative su iniziative– tutte di assoluto insuccesso – per cercare di attirare l’attenzione sulle opere dell’artista. Solo quando il crollo di parte di un affresco scaturisce un lieve interesse da parte del giornale locale, Lampezia intuisce l’unica formula efficace per spostare i riflettori sulla Casa. Tormentati da una continua lotta interiore, i tre portano avanti un piano la cui logica è quella di assecondare, a discapito dell’arte, l’esigenza comune dei visitatori di commuoversi e indignarsi di fronte alle rovine di qualcosa per cui non avrebbero avuto alcun interesse se avesse conservato la propria splendente integrità. Nel momento in cui il ruolo degli affreschi poteva stare solamente nel loro sacrificio, l’unica speranza che spinge i tre a proseguire nel loro rischioso piano è quella di un redivivo interesse per l’arte, una volta giunta la sua totale distruzione.

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    Ciliegro di: Alessandro P. L. Redaelli  16,00

    Le opere d’arte improbabili e incomprese di un tale di nome Marsilio Ciliegro sopravvivono nella sua Casa, custodita e adibita a museo da Rauno, il direttore, e da Saresvat e Lampezia, i due custodi. Desolati per la totale assenza di visitatori, i tre inventano iniziative su iniziative– tutte di assoluto insuccesso – per cercare di attirare l’attenzione sulle opere dell’artista. Solo quando il crollo di parte di un affresco scaturisce un lieve interesse da parte del giornale locale, Lampezia intuisce l’unica formula efficace per spostare i riflettori sulla Casa. Tormentati da una continua lotta interiore, i tre portano avanti un piano la cui logica è quella di assecondare, a discapito dell’arte, l’esigenza comune dei visitatori di commuoversi e indignarsi di fronte alle rovine di qualcosa per cui non avrebbero avuto alcun interesse se avesse conservato la propria splendente integrità. Nel momento in cui il ruolo degli affreschi poteva stare solamente nel loro sacrificio, l’unica speranza che spinge i tre a proseguire nel loro rischioso piano è quella di un redivivo interesse per l’arte, una volta giunta la sua totale distruzione.

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    La prima raccolta poetica di Francesco Costa.

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    Cipango di: Francesco Costa  16,00

    La prima raccolta poetica di Francesco Costa.

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