Gabriella Bassani recensisce “Bandiera a bruno per la Diletta Mauro”
Data 2 Ottobre 2019 | 0 Commenti

Anche Gianfranco Vanagolli ha scritto un giallo. Quello che sino a La donna della domenica di Fruttero e Lucentini (1972) e a Il nome della rosa di Umberto Eco (1980) era considerato in Italia un genere secondario – se anche c’era il nobile precedente di Carlo Emilio Gadda con Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, che tuttavia non veniva più di tanto presentito come giallo, ma piuttosto come singolare prova di un grande autore in vena di sperimentazione – a poco a poco, attraverso una progressiva escalation, è arrivato ad essere il principale contenitore di storie nella narrativa contemporanea. Un fenomeno globale, quello del genere giallo, dove ormai la struttura classica del plot, ovvero il percorso d’indagine per la risoluzione dell’enigma e la scoperta finale del colpevole, è soltanto un pretesto per raccontare caratteri umani, narrare vicende del proprio e di altro tempo, dipingere tessuti sociali: quello che il romanzo ha fatto da sempre.

Come in età ellenistica il romanzo greco fu lo specchio di una società nuova ed il romanzo storico rappresentò, nell’Ottocento, il riflesso degli ideali romantici,  il magma letterario in continua rielaborazione si è attestato momentaneamente sul detectiv novel. Tutto questo per dire che non si dovrebbe confondere la moda con l’air du temps.

Bandiera a bruno per la Diletta Mauro ha tutte le carte in regola per essere un romanzo di successo. Non troppo esteso, ben calibrato nella struttura, l’ambientazione è suggestiva e i personaggi non sono scontati. Il linguaggio narrativo, incline senza forzature al vocabolario marinaresco, incuriosisce e intriga il lettore.

Siamo all’epoca della guerra di Etiopia, nel 1936. L’Italia, in ritardo sui tempi, ha deciso di darsi un impero. Dai suoi porti si dirigono verso l’Africa Orientale navi militari e mercantili. Tra queste ultime, parte da Genova la Diletta Mauro, il cui nome è quello della moglie dell’armatore, amore giovanile del direttore di macchina.

Avvenuta poco prima della partenza, la morte di un fuochista attira i sospetti del primo ufficiale di macchina, Gualberto Walz, il protagonista del romanzo, e di un giovane giornalista inviato di guerra del “Secolo XIX”, che in navigazione assistono ad un’altra morte misteriosa causata da uno scandaloso segreto che si vorrebbe tenere celato a tutti i costi. L’ambiente circoscritto di una nave (come quello di una diligenza o di un treno, volendo pensare ad archetipi assoluti, quali Ombre rosse o Assassinio sull’“Orient Express”) è il palcoscenico ideale per mettere in scena personaggi da seguire nel viaggio verso l’altrove e verso la conclusione, traversando dubbi, enigmi, amori, rivalità gerarchiche, sospetti politici, gelosie passionali, delineando figure originali, alcune dai lati oscuri che rimandano al carattere di certi personaggi di Conrad, nelle cui atmosfere il lettore amante di cose di mare ritrova un’aria familiare.

Se nell’ambientazione di tempo e di luogo l’autore utilizza la sua navigata precisione di storico attento anche al minimo dettaglio, nello stile rielabora con vigilata nostalgia i suoi trascorsi di giovanissimo allievo su una nave scuola, rivolto a una carriera del mare poi dolorosamente disattesa.

Un libro che mostra qualcosa di nuovo nel panorama editoriale, cui non si può che augurare il successo che merita.

Gabriella Bassani

Lascia un commento

  • Più notizie
    X