Gianfranco Vanagolli, scrittore di mare. Un percorso intenso e coerente dal racconto al romanzo.
Data 2 Ottobre 2019 | 0 Commenti

Ho conosciuto Gianfranco Vanagolli vent’anni fa quando mi occupai, con piena convinzione, del suo primo esperimento narrativo, Il Cacciadiavoli e altro mare. Il libro si apriva con una festa corale, il varo di una barca che, come dice il nome, aveva buone intenzioni. Era una festa del mare, della gente di Rio Marina e della sua lingua. Al centro, l’autore stesso sempre presente, anche se dissimulato, con la sua inconfondibile e interessante personalità e i suoi amori (in senso lato, naturalmente).

Scopriamo subito che il mare resta sempre il suo liquido amniotico: la sua evoluta maturazione intellettuale e culturale ha reso più consapevoli e significativi i caratteri originali della sua personalità e le sue scelte esistenziali (la fedeltà a se stesso è un tratto molto importante dell’uomo e dello scrittore e forse negli isolani coincide con la fedeltà alla propria isola).

Bandiera a bruno per la “Diletta Mauro”. Questa volta la navigazione si connota in senso negativo e perfino funerario. Anche nel primo libro già nel titolo il male si presentava come tema essenziale del contesto narrativo. Ma la “caccia” per vincerlo era addirittura epica, in alcuni momenti e spesso vittoriosa. Il nuovo libro testimonia un nuovo momento di questo percorso letterario e interiore. La nave Diletta Mauro, protagonista e campo d’azione del racconto, è lontana dalle acque amiche. L’umanità che qui vive e si muove parla linguaggi diversi e anche questa diversità è avvertita come una sorta di alienazione, dalla coscienza dell’autore che, come ho detto, nella lingua cerca sempre un fondamentale marchio di identità individuale e collettiva. Ci si muove su un fondo instabile senza equilibrio; una situazione naturale nel corso di una navigazione sembra assumere qui un valore simbolico. E’ il momento di capire che dietro questa scrittura tanto analitica e attenta al dettaglio realistico dobbiamo cercare un senso simbolico, una metafora della vita e del suo misterioso senso. E un senso simbolico ha certamente il fatto che dalle scene en plein air siamo ora discesi nel cuore segreto della nave, nel pozzo delle macchine e delle caldaie, ed è in questo inferno che ora dobbiamo cacciare i diavoli. E lo possiamo fare, perché l’autore, che vuole restare lucido e fedele a se stesso anche nella rappresentazione di questo mondo alienato, ha questa volta trovato un alter ego, quel Walz che osserva con comprensione e lucidità l’inferno in cui ha dovuto calarsi (le sue lettere alla moglie costituiscono nel libro un’interessante voce, perfino stilisticamente alterna).

Il mondo che si muove sulla nave sembra un mondo spettrale: i personaggi compaiono e spariscono come fantasmi. Qualche volta spariscono nel senso inquietante che muoiono, probabilmente ammazzati da altri fantasmi (di qui il carattere di giallo che l’autore attribuisce al suo libro, ma che risulta assolutamente riduttivo). La lingua, così importante e ricca di responsabilità anche come tema dell’universo dell’autore, è qui strumento ricco e, direi anche, felicemente appariscente della sua scrittura. Questa volta, dal momento che la navigazione si conclude con la “bandiera a bruno”, cioè a lutto, non posso augurare alla barca una buona navigazione: mi limito ad augurarla al libro-barca, con sincera partecipazione.

Noemi Paolini Giachery

 

 

 

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