Articolo di Andrea Malagamba.

Carmine Sorrentino, La Salamandra

Nella mia fine è il mio principio
T.S. Eliot

I due grandi capolavori della narrativa italiana dell’Ottocento sembrano permeati sin dal loro incipit da tensioni profondamente diverse, sebbene complementari. Manzoni apre lo scenario dei Promessi sposi con un attacco decisamente antiromanzesco, imperniato sulla descrizione di un paesaggio che sembra immobile da secoli, così identico a se stesso che lo si può richiamare alla memoria del lettore additandolo come se fosse dinanzi a suoi occhi: “Quel ramo del lago di Como”; poi, come per inquadrature che compongono un lungo piano sequenza, la visione si restringe progressivamente, per mettere a fuoco nel dettaglio l’attimo in cui tutto ha inizio: Don Abbondio, breviario alla mano, è impedito nel suo cammino, l’Eden che Renzo e Lucia avevano ricavato nel loro borgo è spezzato, i suoi abitatori gettati nella Storia. Le prime righe dei Malavoglia, per contrappunto, inscenano la fine di un processo di decadenza iniziato molto tempo prima: “un tempo i Malavoglia erano stato numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza”, mentre ora, all’alba dell’unità d’Italia, unica superstite della stirpe è la famiglia di Padron ’Ntoni, nelle disarmonie e nelle ingiustizie che hanno caratterizzato, soprattutto nel Meridione, il processo postunitario. L’inizio dei Promessi sposi vuole fissare un momento iniziale, lo scatto in cui il tempo immobile si fa racconto; quello dei Malavoglia sembra riprendere una storia che viene da lontano, per scandire sin dal primo capoverso le tappe della sua fine.

La storia di Marisol Starčević, protagonista del romanzo, è anch’essa il racconto di una fine, o meglio, una storia della quale si lascia intravedere da subito un lontano inizio, una lunga trafila familiare della quale la vita di Marisol sembra essere il precipitato temporale e il segmento terminale. “C’era stato un tempo felice nella vita di Marisol Starčević, un tempo in cui aveva desiderato soltanto il mare” (p. 7). Il mare è quello di Cuba, l’isola della sua famiglia, l’sola di sua madre, Marianela Castillo, che le racconta, ormai molto distante dal luogo natio, l’immensità di quella distesa azzurra. Da Cuba promanano i ritmi ipnotici delle danze, i colori lussureggianti del paesaggio e il misticismo profondo dei riti della Santeria: una vitalità sinuosa e invincibile che Marianela porta dentro di sé e che trasmette a sua figlia a Srebrenica, nei territori dell’odierna Bosnia-Erzegovina, dopo essere stata data in sposa, poco più che bambina, ad un militare serbo, Bojan Starčević. La frase iniziale del romanzo sembra fotografare l’istante in cui la felicità legata al mare e ai sui ritmi è messa in crisi, ed il presente irrompe nella storia di Marisol.

   Carmine Sorrentino immerge così il lettore in questa doppia trazione del tempo: da un lato il passato che ha guidato finora la vita della protagonista e la sua dinamica interiore viene rappresentato da subito come tempo che ha subito una brusca contrazione – solo più in là il lettore verrà a sapere che la madre di Marisol sarà costretta a lasciare la figlia; dall’altro, il presente che tira con forza in avanti, come sospinto da un destino già scritto, s’incollana in tappe inevitabili e fatali. Anche il sentimento della fine incuneato nella storia di Marisol, il ritmo verticale della caduta contrapposto al disteso ondeggiare dell’oceano, proviene dalla sensibilità materna. Nei momenti di raccoglimento, infatti, Marianela riesce a intuire lucidamente il tratto effimero di tutto ciò che esiste: “alla coda dei suoi ricordi piacevoli si attaccava sempre la sua riflessione sulla fine delle cose, forse del mondo!” (p. 63). Proprio quando il mondo della madre sta per finire, affiorano sul corpo di Marisol i segni della sua discendenza e del suo decadere, che si fanno strada sotto forma di una rara malattia della pelle che le procura gravi escoriazioni: memoria di una felicità lontana e senso di una fine incombente abiteranno il corpo di Marisol Starčević, legati ai due soprannomi che le saranno attribuiti, Farfalla e Salamandra.

Nei saggi critici raccolti sotto il titolo L’arte del Romanzo, Milan Kundera chiarisce che l’unico modo per cogliere l’io di un personaggio, e forse l’io in genere, consiste nell’afferrare “l’essenza della sua problematica esistenziale”, (Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, p. 50), nel lasciar emergere tutta la densità del suo linguaggio interiore. Questo non vuol dire, ovviamente, fornire al lettore un numero elevato di informazioni sul personaggio, ma piuttosto rappresentare l’unicità irripetibile del suo mondo interno. Già nel venire alla luce, la persona di Marisol rivela qualcosa di unico e prodigioso, un dono che i suoi occhi rendono evidente sin dal primo respiro: “quelle due sfere perfette, lucide e trasparenti non parevano neanche occhi umani, perché la luce che emanavano rischiarava gli umori bui degli individui sui quali si posava. Possedevano, inoltre, il piglio di chi ha già indagato a fondo il mistero della vita” (p. 59). Il dono della visione del futuro, che proviene alla Salamandra dal ramo materno della sua famiglia, appare come il nodo problematico del personaggio di Marisol, in quanto fonde due piani che è difficile tenere insieme senza mettere in gioco tutta se stessa: la capacità conoscitiva di cogliere nelle pieghe del tempo il mistero dell’esistere comporta in Marisol la necessità emotiva ed etica di rendere quanto compreso strumento di protezione e di riscatto per le persone che ha accanto, e soprattutto per l’uomo che ama, Ibrahim.

Sono propenso a credere, forzando appena il pensiero di Kundera, che la ricchezza di un romanzo consista nel rappresentare l’io come un mondo e al tempo stesso l’insondabilità di quel mondo. Ogni grande romanzo, pertanto, vive nella tensione che esiste tra l’indefinibilità dell’io e il tentativo di afferrarne l’essenza. Agli albori del racconto italiano, Boccaccio tenta di definire i personaggi per mezzo delle loro azioni; poi via via, il romanzo europeo s’interna nell’analisi dell’io, fino quasi a mettere, con Joyce, un microfono nella mente dei personaggi.

L’esito è paradossale: quanto più si guarda da vicino l’interiorità umana, tanto più essa appare sfuggente. Il mare che Marisol ospita dentro di sé sembra tradurre questo universo di insondabile complessità, così come il soprannome affibbiatole con un certo cinismo dalla sue compagne di liceo sembra contenere il senso dell’affiorare del mondo sommerso sulla pelle di Marisol, “la rara capacità di immergersi nei suoi abissi liquidi e da lì guardare il mondo di terra da una prospettiva unica” (p. 119). Il mare sembra guidare le visioni di Marisol e il ritmo della narrazione, il suo fluire costante fino al momento in cui tutto sembra piombare in un nuovo paradosso: quanto più il futuro appare chiaro, attingibile in immagini limpide e razionali, tanto più diminuisce la possibilità di controllarlo. Marisol non è come Cassandra: tutti coloro che le si avvicinano non faticano a credere alle sue parole e a fidarsi di lei, eppure nessuno, e tantomeno la Salamandra, è in grado di arginare il precipitare degli eventi. Ma non è questo, credo, il compito che Carmine Sorrentino sembra affidarle.

Se scavare nelle profondità dell’io presuppone l’esigenza di definirne il codice esistenziale, i termini che ne lasciano emergere la tonalità emotiva, c’è una parola che per certo si impone nella mente di Marisol e scava nel suo universo, lo trasforma, lo insidia, lo corrompe: “RAT”, guerra. La storia della Salamandra è ambientata al tempo del conflitto bellico che sconvolse l’ex Jugoslavia negli anni ’90, e la città in cui si svolge la vicenda, Srebrenica, è luogo di uno dei più feroci genocidi che la storia europea ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale. Sorrentino ne delinea gli sviluppi con precisione documentaria, rifuggendo il giudizio e la retorica che ne consegue, per consegnarne al lettore quella che definirei una “cronistoria interiore”, tanto più difficile da realizzare – così come lo era per Verga a suo tempo – in quanto relativa ad un evento di un passato recente. Il romanzo, infatti, per dirla ancora con Kundera, non indaga la realtà ma l’esistenza, ovvero il vasto territorio delle potenzialità della vita umana. Per questo, pur non mancando pagine che tendono alla puntuale ricostruzione dello scenario politico dei Balcani e delle fasi della guerra, il senso di questa parola viene indagato per il significato che essa assume nel codice esistenziale di Marisol. Per lei la guerra non è soltanto pericolo per se stessa o apparizione del disordine nell’umano, non solo ingiustizia profonda che fa della violenza legge e dell’omicidio necessità, ma improvviso palesarsi del male nell’unico affetto consanguineo che le è vicino; suo padre, finora protettivo, diviene il mostro dei suoi incubi, la più forte minaccia per le persone che ama: Ibrahim e la sorella Lamja sono musulmani e saranno perseguitati dalle milizie serbe fino alla tragedia finale, dalla quale Marisol non può salvarli.

La guerra diviene Apocalisse, la quintessenza di ogni fine, di ogni morte, e si rivela pertanto come origine delle più grandi paure umane e al tempo stesso come  reazione alla paura dell’altro da sé. Eppure la Salamandra non ha paura, forse perché – come scriveva Brunetto Latini nel Libro del Trésor posto in exergo al romanzo – essa “vive in mezzo alla fiamma del fuoco senza dolore e senza danni al suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura”, o forse perché l’Angelo della Morte, come scriveva Šestov ormai un secolo fa, dona agli uomini che visita una seconda ottica, diversa da quella ordinaria, problematica in quanto aperta sulla contraddizione dell’essere. Quello di Marisol è uno sguardo carico di pietà e di poesia, e le pagine finali del romanzo rivelano fino in fondo la sua natura di Farfalla, la sua capacità di donare leggerezza al tempo impaludato della guerra, restituendo all’amato il ricordo più importante, che sembrava destinato all’oblio, un ricordo nel quale Ibrahim “poteva ondeggiare” (p. 231). Mentre la visione del futuro non può impedirne l’accadere per quanto condiviso, la memoria del proprio vissuto è in grado di ridare vita, di fissarla nella concretezza e darle un senso, e un nuovo inizio.