Le coincidenze significative. Canti di Anomalie e Resilienza
Data 19 Dicembre 2018 | 0 Commenti

Con Le Coincidenze significative. Canti di Anomalie e Resilienza di Roberto Crinò siamo in presenza di poesia, ossia di una parola che diventa altamente “polisemica”, analogica e così carica di significato, così densa, da “bucare”, da sprofondare lo spazio della pagina bianca, perché così deve essere la parola che si fa poesia.

Le poesie di Roberto si muovono in un campo esplorativo attuale, moderno e inoltre, un’operazione vincente che compie Roberto è quella di cucire le sue poesie attraverso un filo conduttore, per cui riesce ad emergere lo spaccato di un’anima in modo ben definito.

Leggere poesia non è semplice, se ne vende pochissima infatti. Chi legge deve emotivamente interagire col testo poetico, mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, sulla stessa vibrazione del poeta, cogliere il sovrasenso della parola, in quanto la parola nel testo poetico non ha mai valore per il suo significante, ma sempre per il suo significato. Le poesie, anche quelle di Roberto, sono piene di oggetti naturalistici, ma quegli oggetti, quei significanti, rimandano sempre a significati altri, a concetti mentali o a sentimenti.

E’ necessario quindi affrontare un’esplicitazione semantica, ossia prendere coscienza dei segnali espressi dalla parola poetica di Roberto, quindi compiere un’opera di condensazione, di saturazione di tutte le aperture analogiche e di significato alle quali Roberto ha affidato sé stesso e l’espressione di sé.

Se tale opera di condensazione per ogni poeta ci porta ad un suo quid, ad un suo ubi consistam, per esempio il “male di vivere” e “l’immobilità” in Montale, l’acuta “percezione dell’istante” in Sbarbaro e così via; qual è il quid di queste poesie?

Tutte le poesie del testo descrivono cerchio, ed è uno dei motivi vincenti di cui parlavo prima. Esse sono orchestrate, proprio armonizzate, architettate, come da un maestro d’orchestra o da un architetto, su un piano orizzontale che risulta limaccioso, vischioso, a volte anche pericoloso, da inghiottirti come una palude e un piano verticale che è un’anomalia, perché su un terreno friabile è impossibile che una verticalità possa avere una salda consistenza, eppure tale verticalità riesce ad avere una sua esistenza o per meglio dire una sua resilienza, un po’ come l’umile fiore della ginestra di memoria leopardiana, è fragile ma resiste.

Ed è così che leggendo le poesie di Roberto ti ritrovi, perché in fondo vi si può ritrovare ogni donna e ogni uomo, poiché le poesie una volta pubblicate, non sono più solo dell’autore; perché chi legge queste poesie si ritrova in Ciaùla che “torna in superficie e posa a terra il suo pesante carico e corre in una campagna d’argento e celebra la vita, ora che non ha più paura del buio” (La fenice); si ritrova dentro a un altro sogno e mentre il sole muore su quella orizzontalità che inghiotte l’esistenza, il cuore resiliente brucia, pronto di nuovo a “sporcarsi” con la vita (Fuori); si ritrova ancora nella descrizione di un’anima come terra senza pace o come abissi oscuri in cui dimorano le “nostre antiche bestie” (Il grande leviatano), ma su questa terra, proprio come l’anello che non tiene o la maglia rotta di Montale, ecco un’anomalia… secondi, attimi, frammenti, barbagli come lame di luce che fende una nebbia stagnante (Linee parallele).

E ognuno ritrova la sua storia, perché tutte le storie sono intrecciate a altre storie, perché il libro della vita, il libro del mondo, il libro degli uomini  “in accordi e passi trova la sua voce narrante” (Le ombre di Triana).

E La casa dalle mille stanze diventa la casa di ogni uomo, la vita di ogni uomo che scorre “tra affanno e speranza e quanti scrigni da aprire e quanta bellezza sprecata da ritrovare ancora”.

In queste poesie il lettore ritrova il suo viaggio, anche se spesso è “una rotta segnata su carte fragili e cangiante come foglie al vento, ma su quella rotta sai che devi resistere ed esistere” (Dogma furente).

E ancora ritrova i buoni propositi quando “devi perdere ciò che ti avvelena, perché esso ghermisce e incatena, per conquistare le più alte contrade d’aria pura e libera, perché se il mondo è una fragile architettura di cristallo screziato, spesso uno schianto può trasformarsi in una redenzione” (Inverno rosso).

Ci si ritrova tutti qui, perché tutti siamo sempre “in una terra di mezzo e di indeterminatezza, ma siamo anche al cospetto di sconfinati orizzonti possibili e di Magneti polisemici” che ci attraggono e che dobbiamo decodificare.

E come non ritrovarsi in quel freddo che a volte entra dentro l’anima, forse per un amore finito, ma non rinunciando mai, caparbio e resiliente, a quella verticalità, a quel varco aperto, ad una “coincidenza significativa”, che spesso la vita inaspettatamente ti presenta (Le coincidenze significative).

Un testo è tanti testi, tanti quanti sono i lettori e un testo letterario è anche immancabilmente figlio del suo tempo. La domanda da porsi è quindi come e in cosa si inseriscono le poesie di Roberto nel panorama socio-letterario di oggi?

E’ risaputo che il dato più vistoso che emerge dalla letteratura del Novecento è la percezione di una crisi epocale senza precedenti. Tra i primi a diagnosticarla è il Pirandello del Fu Mattia Pascal, secondo il quale “una fiera ventata ha spento d’un tratto tutti quei lanternoni che avevano guidato l’umanità, lasciando intorno gran buio e confusione”. La crisi abbraccia l’intera società, il cui tessuto di valori appare completamente sfilacciato. Questa letteratura ha mostrato la disposizione inquietante a calarsi nelle zone d’ombra dell’essere umano moderno e ne ha ritratto di preferenza la paralisi della volontà, come nel caso dell’inettitudine dei personaggi di Svevo, le frustrazioni e il disadattamento, la solitudine e il malessere esistenziale. Si pensi a quante creature vive solo per modo di dire, appena al di sopra della soglia biologica, si susseguono nelle poesie di Montale, segno di un’umanità ridotta, solo per citare Arsenio, “a ghiacciata moltitudine di morti”, presa dentro il troppo noto delirio di immobilità, e aggiungo io stagnante su quel piano orizzontale, pericolosamente limaccioso di cui ho parlato prima a proposito delle poesie di Roberto.

Del resto non possono nascere eroi in tempi che eroici non sono. Tuttavia lungo tutto il Novecento e soprattutto agli albori di questo nuovo secolo si affaccia spesso nella letteratura il bisogno di una domanda di senso, uno sforzo di dare ordine al caos, secondo anche una corrente che viene definita postmodernismo e che potremmo identificare anche con quel piano verticale che emerge appunto dalle poesie di Roberto.

La sfida al labirinto lanciata da Calvino in un celebre articolo del 1962 comparso su Menabò, è come l’icona riassuntiva di questa risposta militante e resiliente, che non getta la spugna, pur consapevole dell’estrema difficoltà di capire e di vincere la complessità del reale, perché la verità non è mai un comodo possesso, perché è sempre parziale, provvisoria, frutto di una costruzione faticosa e di lungo inseguimento e non di rado capita pure che non si viene a capo di nulla, perché si cerca a tentoni e nei casi estremi non sapendo bene nemmeno cosa cercare e che nome dare a questa  cosa, proprio come accade a Caproni nella raccolta Res amissa e come accade a Crinò nella raccolta Le coincidenze significative.

E’ l’assoluto che si affaccia tra le maglie del quotidiano, quella linea verticale su un piano orizzontale. L’esistenza ha bisogno di aprirsi ad orizzonti metafisici, perché urge in tutti un bisogno imperioso, insopprimibile di salvezza, la si cerchi nel sogno come fa Gozzano o nella bàlia come preferisce Saba o nella terra promessa verso la quale si incammina il nomade Ungaretti o in una coincidenza inaspettata, ma di per sé significativa come fa Crinò, in ogni caso la migliore poesia del Novecento e di questo inizio secolo è quella che oscilla senza sosta, irrequieta tra scenari apocalittici e attese palingenetiche.

E in fondo la più grande storia dell’umanità trasposta in poesia, ossia la Divina Commedia, non è una discesa agli inferi per risalire e ritrovare la luce?

Ed ecco quindi il valore delle poesie di Crinò raccolte ne Le coincidenze significative che in fondo è il valore della letteratura, ossia educare all’umano, perché se un’opera letteraria nasce da una irripetibile situazione individuale, essa si rivolge a tutti, perché entra nella vita, nei pensieri, nei sentimenti della comunità in cui essa nasce.

Il poeta viaggia tra una scrittura notturna, in cui ascolta i suoi demoni, scende fino agli inferi in quella che Flaubert chiama “la latrina del cuore” e una scrittura diurna per riportare sulla pagina quello che ha trovato e che ritroviamo nelle due poesie Uno sguardo d’abisso e Il mio nuovo testamento. Un nuovo testamento In hoc signo appunto Vindice e resiliente.

Carmen Cera

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