Recensione di «Errata coccige» di Andrea Viviani
Data 25 Ottobre 2019 | 1 Commenti

Tutti noi incessantemente esperiamo una <tenzone> con noi stessi, un rapporto dialettico tra sensazioni e idee differenti (<fossi per un istante solo cuore / niente livore> p.37, <“Perché lo dici a me?”> p.46, <lascia tutto vivo in mente / e poi oblia> p.44, <idiota io a credere> p.35, <all’altra non so se cedere> p.30) di cui, fuori della poesia, abbiamo sentore superficialmente, o cui non diamo conto, manifestandosi essa tramite lenti e lievi movimenti interni al nostro animo. Tuttavia, a dispetto della nostra noncuranza e a dispetto di una vita che concretizziamo in scelte, in materia, in rapporti, come fosse un libro compiuto, abbiamo l’intuizione (negligerla ci inquieta meno) di star ancora destreggiandoci in mare aperto sulla barca quasi mai forte del dubbio. Viviani, poeta sensibile al reale, tocca con le parole questo <combattimento> (<strani cinguettii / o forse è la voliera dei miei pensieri affastellati> p.38, <non so riuscire a disfarmi / ancora> p.47), la lotta soffocata dalla frenesia dei tempi sociali (<che sia ottantenne è un dettaglio / che mi scopro a trascurare> p.39, <e per un po’ / ma solo poco / mi riesce di distrarmi> p.41). E così, la maestosa e latente antitesi della vita (<anche respingermi / ti dava sapor di vita> p.21) ci piomba addosso prepotentemente attraverso Errata Coccige, e ci obbliga evidentemente (già dal titolo della raccolta poetica) a far caso alle condizioni che ci paiono compiute in loro stesse, e che invece celano controversie, sinestesie, complessità (<ciò che non potrà che essere / (o prima, o dopo, o forse mai)> p.17), contrasti, a patto però di comprendere (<non volermene / per un “ero”> p.19). C’è qualcosa di errato, di incompleto, di non coincidente che porta allo straniamento (<quasi perfetta /… domenica pastello> p.36, <mi si ricordano versi… / miei / con evidenza / già non più> p.26, <nel caos ricordi vaghezze d’innesti domani / (era oggi?)> p.22) c’è qualcosa di ipotetico ( <pensa se ora / e non prima di adesso> p.40), di desiderabile (<me lo figuro compiaciuto / il Dio che chiamo Padre> p.14), di sognante, di perduto (< Mi dicono verrà / il giorno che passerò… / …senza il sapore dei tuoi ricordi> p.9).

Leggendo le poesie di Viviani udiamo un’invocazione implicita, una silenziosa riflessione, una preghiera, una confessione (a se stesso?). Ma verso cosa tende il poeta? A chi si rivolge? (<perché è lì, / che origina> p.46, <più ti dimeni / più mi ti radichi> p.47, <il cuore torna lì / dove ha imparato il suo pulsare> p.41, <ma il cuore invece / il cuore è là> p.23) Alla Fede? All’Amore? Forse ad una musa o a un angelo premuroso e complice (<non vedi che ti seguono a cascame… /…le pene che non so più nominare?> p.29). Il poeta taglia verbalmente la fiducia cieca che riponiamo nella parola creandovi un varco (<panorama di annichilente vastità> p.38) così che renda possibile il valicarlo, il poter saltare continuamente dalla parola al suo senso, dal senso al suo contesto e dal contesto alla parola. Viviani ci invita a sporgerci dal bordo della parola scritta sul magma dei significati (<rimescolio di cause ed effetti> p.46, <L’et(t)erta / mi gioco per parole / l’ultima carta> p.43, <Volt(ati)> p.34) e ci consiglia di intuire quella <gioia> che sottrae tutti noi al superfluo.

Roberta Gliubich

Commenti1
Enza Pubblicato 25 Ottobre 2019 a11:20   Rispondi

Bellissima

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