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    Una raccolta di racconti presuppone l’esistenza di un lo conduttore, un pensiero organizzativo sotteso che ricompone la trama invisibile di un’esperienza unitaria per il lettore. In questo caso è la struttura dell’opera che fornisce l’impalcatura di dialogo tra autori e lettore, che incorpora sentimenti umani universali, tradotti in storie con stili diversi.

    Anatomè nasce dal considerare il corpo come la mappa di un discorso, di una narrazione simbolicamente tracciata “parte per parte”. Ogni parte del corpo è la chiave di lettura del racconto, il magma alchemico che lo rappresenta, il suo luogo ideale di realizzazione, ovvero un non luogo dove la finzione ore palco e teatro alla realtà. Antonin Artaud ha detto «Il corpo umano è un campo di battaglia al quale è bene ritornare», e su quel campo-palco recitano la morte, l’amore, la pazzia, la memoria, solo per citare alcuni dei temi presenti nella raccolta. Come il chirurgo esperto o “celeste” – direbbe Stevenson – conosce l’anatomia del corpo, chi percorre in solitudine la strada della scrittura tenta una dissezione minuziosa di accadimenti e vissuti, no a mettere sotto la lente di ingrandimento l’indicibile, o la trasfigurazione del presente, a volte il tedium vitae, la solitudine, il distacco dal quotidiano percepito come troppo opprimente per essere vissuto, la malattia, la stanchezza provata nelle relazioni affettive, l’incomunicabilità. Il dolore attraversa il corpo, trova casa in zone drammaticamente feconde, si insinua tra le viscere o aggredisce il cuore, ossessiona o ammala la mente, rende deboli gli arti. Non vengono offerte soluzioni, il corpo resta, davanti agli occhi di chi legge, disseccato, parcellizzato o ricomposto, ma essenziale, incredibilmente e dolcemente ripiegato su se stesso, come nel disegno di Nicola Samorì in copertina.

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    Anatomè di: AA. VV.  15,00

    Una raccolta di racconti presuppone l’esistenza di un lo conduttore, un pensiero organizzativo sotteso che ricompone la trama invisibile di un’esperienza unitaria per il lettore. In questo caso è la struttura dell’opera che fornisce l’impalcatura di dialogo tra autori e lettore, che incorpora sentimenti umani universali, tradotti in storie con stili diversi.

    Anatomè nasce dal considerare il corpo come la mappa di un discorso, di una narrazione simbolicamente tracciata “parte per parte”. Ogni parte del corpo è la chiave di lettura del racconto, il magma alchemico che lo rappresenta, il suo luogo ideale di realizzazione, ovvero un non luogo dove la finzione ore palco e teatro alla realtà. Antonin Artaud ha detto «Il corpo umano è un campo di battaglia al quale è bene ritornare», e su quel campo-palco recitano la morte, l’amore, la pazzia, la memoria, solo per citare alcuni dei temi presenti nella raccolta. Come il chirurgo esperto o “celeste” – direbbe Stevenson – conosce l’anatomia del corpo, chi percorre in solitudine la strada della scrittura tenta una dissezione minuziosa di accadimenti e vissuti, no a mettere sotto la lente di ingrandimento l’indicibile, o la trasfigurazione del presente, a volte il tedium vitae, la solitudine, il distacco dal quotidiano percepito come troppo opprimente per essere vissuto, la malattia, la stanchezza provata nelle relazioni affettive, l’incomunicabilità. Il dolore attraversa il corpo, trova casa in zone drammaticamente feconde, si insinua tra le viscere o aggredisce il cuore, ossessiona o ammala la mente, rende deboli gli arti. Non vengono offerte soluzioni, il corpo resta, davanti agli occhi di chi legge, disseccato, parcellizzato o ricomposto, ma essenziale, incredibilmente e dolcemente ripiegato su se stesso, come nel disegno di Nicola Samorì in copertina.

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    Antologia della pioggia, scritta negli anni Ottanta e consegnata all’editore del regime Naim Frashëri di Tirana nel 1985, non venne pubblicata. Secondo la censura del regime albanese il volumetto non era consono al cosiddetto “Realismo socialista” che, come in nessun altro paese al mondo, ha mostruosamente sterilizzato e ucciso mezzo secolo di cultura nazionale. La raccolta è stata pubblicata solo nel novembre del 1990, due mesi prima del crollo della dittatura comunista, subendo amputazioni. La prima edizione, autotradotta, in lingua italiana risale al 2000, presso l’editore Fara. Questa nuova pubblicazione è ampliata e include alcuni testi nuovi non presenti nelle prime due edizioni italiane. Per Hajdari offrire ai lettori la sua prima raccolta di versi fa rivivere in lui gli anni lontani vissuti nel terrore sotto la dittatura comunista di Enver Hoxha.

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    Antologia della pioggia di: Gëzim Hajdari  10,00

    Antologia della pioggia, scritta negli anni Ottanta e consegnata all’editore del regime Naim Frashëri di Tirana nel 1985, non venne pubblicata. Secondo la censura del regime albanese il volumetto non era consono al cosiddetto “Realismo socialista” che, come in nessun altro paese al mondo, ha mostruosamente sterilizzato e ucciso mezzo secolo di cultura nazionale. La raccolta è stata pubblicata solo nel novembre del 1990, due mesi prima del crollo della dittatura comunista, subendo amputazioni. La prima edizione, autotradotta, in lingua italiana risale al 2000, presso l’editore Fara. Questa nuova pubblicazione è ampliata e include alcuni testi nuovi non presenti nelle prime due edizioni italiane. Per Hajdari offrire ai lettori la sua prima raccolta di versi fa rivivere in lui gli anni lontani vissuti nel terrore sotto la dittatura comunista di Enver Hoxha.

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    Questa antologia nasce dal desiderio di presentare al pubblico italiano alcune delle voci più interessanti dell’attuale panorama poetico statunitense femminile contemporaneo. Gli Stati Uniti sono il paese dove la poesia – femminile e non – esce dal ruolo di fenomeno di nicchia, a cui viene abitualmente relegato, per finire sulle prime pagine di testate nazionali o diventare virale, con migliaia di condivisioni attraverso i social network, come nel caso di Good Bones di Maggie Smith. Le 13 autrici, 13 come le righe della bandiera americana, sono rappresentative della grande eterogeneità del paese e delle sue diverse etnie, che coesistono sempre armoniosamente almeno in ambito poetico. Siamo felici di avere la possibilità di presentare in Italia autrici importanti, vincitrici di premi come il National Book Award per la Poesia, l’Academy of American Poets Wallace Stevens Award o finaliste al Premio Pulitzer – da Nikky Finney, a Patricia Smith, da Joy Harjo (l’unica già pubblicata in Italia e tradotta da Laura Coltelli) a Diane Seuss; le molto apprezzate Natalie Diaz, Mahogany L. Browne, Maggie Smith, Aimee Nezhukumatathil e Jennifer Givhan, per finire con alcune favolose outsider Francesca Bell, Alexis Rhone Fancher, Wendy Xu, e Kelli Russell Agodon.

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    Antologia di poesia femminile americana contemporanea di: AA. VV.  12,00

    Questa antologia nasce dal desiderio di presentare al pubblico italiano alcune delle voci più interessanti dell’attuale panorama poetico statunitense femminile contemporaneo. Gli Stati Uniti sono il paese dove la poesia – femminile e non – esce dal ruolo di fenomeno di nicchia, a cui viene abitualmente relegato, per finire sulle prime pagine di testate nazionali o diventare virale, con migliaia di condivisioni attraverso i social network, come nel caso di Good Bones di Maggie Smith. Le 13 autrici, 13 come le righe della bandiera americana, sono rappresentative della grande eterogeneità del paese e delle sue diverse etnie, che coesistono sempre armoniosamente almeno in ambito poetico. Siamo felici di avere la possibilità di presentare in Italia autrici importanti, vincitrici di premi come il National Book Award per la Poesia, l’Academy of American Poets Wallace Stevens Award o finaliste al Premio Pulitzer – da Nikky Finney, a Patricia Smith, da Joy Harjo (l’unica già pubblicata in Italia e tradotta da Laura Coltelli) a Diane Seuss; le molto apprezzate Natalie Diaz, Mahogany L. Browne, Maggie Smith, Aimee Nezhukumatathil e Jennifer Givhan, per finire con alcune favolose outsider Francesca Bell, Alexis Rhone Fancher, Wendy Xu, e Kelli Russell Agodon.

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    Agosto. Due persone fatte fuori nei pressi di un autogrill del Grande Raccordo Anulare, uno spacciatore massacrato al Tiburtino, la morte per infarto della figlia del più importante immobiliarista romano tingono di rosso una torrida estate romana. La città, semivuota, osserva sorniona in attesa che i fili si colleghino tra loro. Tra le pieghe e le ombre di questi casi proverà a districarne le trame, volente o nolente, Massimo Foschi, un giornalista di Primavalle che lavora al “Messaggero”. Ad aiutarlo in questa “storiaccia” ci penserà Grancio, un vecchio amico d’infanzia, figlio di quel quartiere che, pian piano, nel microcosmo del Calypso Bar, locale frequentato da Massimo sin da ragazzo, ricoprirà un ruolo fondamentale nella storia.

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    Calypso Bar di: Marco Minicangeli  15,00

    Agosto. Due persone fatte fuori nei pressi di un autogrill del Grande Raccordo Anulare, uno spacciatore massacrato al Tiburtino, la morte per infarto della figlia del più importante immobiliarista romano tingono di rosso una torrida estate romana. La città, semivuota, osserva sorniona in attesa che i fili si colleghino tra loro. Tra le pieghe e le ombre di questi casi proverà a districarne le trame, volente o nolente, Massimo Foschi, un giornalista di Primavalle che lavora al “Messaggero”. Ad aiutarlo in questa “storiaccia” ci penserà Grancio, un vecchio amico d’infanzia, figlio di quel quartiere che, pian piano, nel microcosmo del Calypso Bar, locale frequentato da Massimo sin da ragazzo, ricoprirà un ruolo fondamentale nella storia.

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    Agnese ritrova il vecchio padre che se ne sta immerso nella lettura di un libro sui ruderi e i meravigliosi giardini di Ninfa, la città medievale, nel cuore dell’Agro Pontino, distrutta alla fine del Trecento. Le vicende di questo luogo emblematico, che sembra contenere nel proprio ventre l’incapacità umana di stare al mondo e di rapportarsi con la natura, ci conducono, a volte strattonandoci, tra le atmosfere cupe di una civiltà ormai al tramonto che, dissolvendosi nel presente e nel futuro, rivelano in trasparenza un rapporto ciclico di imbarbarimento e rinascita. Un romanzo sempre in bilico tra la storia e la distopia, il reale e l’onirico, il resoconto dettagliato – a volte persino cruento, come nella scena dell’assedio alle mura della città – e la poesia, che rivendica, come nella grande tradizione letteraria, la possibilità, forse utopica, di una nuova età dell’oro.

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    I fiori e il sangue di: Maurizio Di Mario  12,00

    Agnese ritrova il vecchio padre che se ne sta immerso nella lettura di un libro sui ruderi e i meravigliosi giardini di Ninfa, la città medievale, nel cuore dell’Agro Pontino, distrutta alla fine del Trecento. Le vicende di questo luogo emblematico, che sembra contenere nel proprio ventre l’incapacità umana di stare al mondo e di rapportarsi con la natura, ci conducono, a volte strattonandoci, tra le atmosfere cupe di una civiltà ormai al tramonto che, dissolvendosi nel presente e nel futuro, rivelano in trasparenza un rapporto ciclico di imbarbarimento e rinascita. Un romanzo sempre in bilico tra la storia e la distopia, il reale e l’onirico, il resoconto dettagliato – a volte persino cruento, come nella scena dell’assedio alle mura della città – e la poesia, che rivendica, come nella grande tradizione letteraria, la possibilità, forse utopica, di una nuova età dell’oro.

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    Erika Martínez rappresenta senza dubbio una delle voci più solide e interessanti dell’ultima poesia spagnola, quella fiorita con il nuovo secolo, tra sfide, referenti e territori inediti, procedendo in modo non sempre parallelo alle direttrici seguite dalle “generazioni” consolidate e dagli autori che tra teoria e prassi letteraria hanno attraversato il Novecento, i suoi idoli e i suoi traumi. Nel solco di un’emergenza durevole che ha conosciuto stagioni fertili e feroci, dittatura e democrazia, avanguardia e riflusso, radicamento e desarraigo; il che, sul fronte della lirica, ha prodotto culto della parola e concretezza, poesia politica e “celestiale”, sogno ed esperienza, suggestioni “novissime” e melodie tradizionali. Ed è un’emergenza, un’inquietudine strutturale che oltre i decenni cruciali del secolo “breve” si ripropone sotto una luce nuova anche negli anni Duemila, tra le diverse crisi del nostro tempo che investono il più ampio contesto internazionale, oggi “divulgato” e avvicinato dalla tecnologia e dai media, partecipato e discusso su scala globale: parliamo della crisi delle ideologie e di quella finanziaria, del terrorismo e dei rigurgiti populisti che affiorano tra vecchi e nuovi continenti, delle nuove ondate migratorie e dei sussulti imprevisti degli stati liberali, giusto per limitarci alla superficie. È da questo universo denso e multiforme che hanno origine la personalità e la poesia di Erika Martínez.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    Il falso tetto di: Erika Martínez  12,00

    Erika Martínez rappresenta senza dubbio una delle voci più solide e interessanti dell’ultima poesia spagnola, quella fiorita con il nuovo secolo, tra sfide, referenti e territori inediti, procedendo in modo non sempre parallelo alle direttrici seguite dalle “generazioni” consolidate e dagli autori che tra teoria e prassi letteraria hanno attraversato il Novecento, i suoi idoli e i suoi traumi. Nel solco di un’emergenza durevole che ha conosciuto stagioni fertili e feroci, dittatura e democrazia, avanguardia e riflusso, radicamento e desarraigo; il che, sul fronte della lirica, ha prodotto culto della parola e concretezza, poesia politica e “celestiale”, sogno ed esperienza, suggestioni “novissime” e melodie tradizionali. Ed è un’emergenza, un’inquietudine strutturale che oltre i decenni cruciali del secolo “breve” si ripropone sotto una luce nuova anche negli anni Duemila, tra le diverse crisi del nostro tempo che investono il più ampio contesto internazionale, oggi “divulgato” e avvicinato dalla tecnologia e dai media, partecipato e discusso su scala globale: parliamo della crisi delle ideologie e di quella finanziaria, del terrorismo e dei rigurgiti populisti che affiorano tra vecchi e nuovi continenti, delle nuove ondate migratorie e dei sussulti imprevisti degli stati liberali, giusto per limitarci alla superficie. È da questo universo denso e multiforme che hanno origine la personalità e la poesia di Erika Martínez.

    Traduzione di Matteo Lefèvre

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    In Colombia la giovane Marvel, fuggita dal suo villaggio, vive in una favela con Alba, la figlia appena nata, lavorando per sopravvivere con dei narcotrafficanti. Un giorno lepropongono di contrabbandare della cocaina in Italia. Invece di ritornare fugge a Trieste, dove cerca di iniziare una nuova vita. Nello stesso tempo Sonia e Giorgio, una coppia senza figli, iniziano un percorso di adozione che li farà vivere una difficile esperienza. Attraverso drammatiche vicende i protagonisti di questo romanzo cercherannodi liberarsi dal peso del proprio passato. Ma costruire un futuro sereno non sarà facile come sperato.

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    Il passato che non conosco di: Mauro Buffa  16,00

    In Colombia la giovane Marvel, fuggita dal suo villaggio, vive in una favela con Alba, la figlia appena nata, lavorando per sopravvivere con dei narcotrafficanti. Un giorno lepropongono di contrabbandare della cocaina in Italia. Invece di ritornare fugge a Trieste, dove cerca di iniziare una nuova vita. Nello stesso tempo Sonia e Giorgio, una coppia senza figli, iniziano un percorso di adozione che li farà vivere una difficile esperienza. Attraverso drammatiche vicende i protagonisti di questo romanzo cercherannodi liberarsi dal peso del proprio passato. Ma costruire un futuro sereno non sarà facile come sperato.

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